|
Papa Alfa Uno Otto,
tutto sotto controllo
Di Andrea Totaro
Erano i favolosi anni '50, ed una fabbrica di aerei chiamata PIPER progettò e
decise, apparentemente contro ogni buon senso e sana legge di mercato, di produrre dei bicicli per "l'utilizzo di massa".
A mio modesto parere però, questi "teorici" bicicli da pilota della domenica chiamati
CUB, avevano il vago e piccolissimo difetto che finchè "corrono" con i carrelli a contatto del terreno, hanno più del cavallo
imbizzarrito che dell'aereo buon padre di famiglia, che ogni bravo e coscienzioso pilota
vorrebbe e si aspetterebbe di acquistare e pilotare.
Da quegli anni '50 ad oggi infatti, i CUB di tutto il mondo, uniti da un intento che a volte fa dubitare che siano solo delle macchine, in decine e
decine di migliaia di atterraggi per la successiva gioia della PIPER stessa,
che evidentemente puntò molto anche sul mercato del ricambio, di ali sulla pista di duro e spietato asfalto ne hanno lasciate più di qualcuna.
Certo non sono state solo le ali quelle a rimanere sulle piste, ma anche e soprattutto, forse, l'orgoglio ferito talvolta irreversibilmente di piloti, che
rimasero talmente segnati da giurare solennemente su quanto di più caro avevano
al mondo che su quell'aeroplano non sarebbero più saliti per il resto della loro vita.
Ad ogni modo, gli anni '50 sono passati ormai da un pezzo e quel giorno, nell'abitacolo del CUB dell'AeroClub che mi accingevo a pilotare, mentre il
sole si rifletteva con un fascino irresistibile sul metallo venuto alla luce
dai pomelli consumati da decenni di volo, mi sorpresi di non aver mai notato prima d'allora che la manopola della cloche posteriore, quella dell'istruttore
per intenderci, era ancora e più sinistramente sverniciata di quella anteriore del pilota.
Cercai di non pensare al chiaro significato della cosa visto il contesto in cui mi trovavo e tirai a me il pomello dello START, attesi un secondo o due che
l'elica girasse ansimando e misi i contatti su BOTH; il vecchio Continental da tre litri e mezzo cominciò beffardo a borbottare e colsi, in un lampo, il vero
e più profondo significato della parola inglese START, che albergava sulla targhetta di metallo rivettata sopra al pomello che avevo poc’anzi tirato:
Avviamento, partenza, inizio, ma anche, "capo oggi è arrivato il tuo turno!"
Non quello di lasciare rottami e brandelli di tela sparsi per la 04, intendiamoci, ma quello di fare il mio primo volo senza la presenza
rassicurante dell'istruttore che, all'occorrenza, ti grida dal seggiolino posteriore il fatidico "MIO!!!" nelle orecchie, con tutta l'aria che ha nei
polmoni, e lo fa all'ultimo istante, una frazione di secondo prima di vedere la cloche che improvvisamente si anima e magicamente, con movimenti sicuri e
perfetti, restituisce al suo aeroplano un pilota che era improvvisamente divenuto latitante.
A dire il vero, ripensandoci, forse non fu poi da parte mia nemmeno così altruistico in quell'occasione l'aver deciso di non lasciare vuoto quel sedile
posteriore ed aver invitato un caro amico, anche lui pilota di CUB, a godere assieme a me di qualche domenicale decollo ed atterraggio; tanto che ora non
ricordo più con precisione se gli avevo esplicitamente comunicato che avrebbe preso parte al primo volo in cui pilotavo il CUB senza istruttore.
Ad ogni modo il ricordo più bello fu quello dell'ultimo atterraggio, una sfida che al decollo avevo con una certa lucidità deciso di non cogliere, ovvero
l'atterraggio, appunto, "senza istruttore", nella fattispecie sui due punti e sull'asfalto .
La velocità in finale era 60 MPH, e già il fatto che l'unico avvicinamento in cui non volevo scendere sotto i 65 coincideva con l'unico avvicinamento in cui
non riuscii a mantenerli, diede fiato a quella vocina che, piano piano e saggiamente, comincia a farti venire in mente di quella volta che sentisti
parlare l'istruttore di quegli atterraggi, che devi fare pensando solo alla riattaccata.
La richiamata per quella velocità fu troppo alta e mentre il vecchio CUB cominciava a sprofondare verso la pista facendomi sentire tutto il suo peso
sulla cloche, mi resi conto che, come è scritto su ogni manuale che si rispetti, quella non era di certo la situazione ottimale per procedere al
contatto con il suolo, ed eseguire un due punti simil/decente.
Ora, il quesito che emergeva spontaneo ed esigeva una risposta immediata era: starsene li con lo sguardo da pesce lesso perso nel nulla, lasciando andare giù
il CUB così com'era e sperando di non fare un bel salto a bassa velocità a due
metri da terra, o decidere di uscire da quello stato di rindondante confusione simile a quello che si prova dal commercialista quando ti comunica l'importo
delle tasse, e cercare di convincere l'aeroplano che li dentro quello che comandava ero io?
L'opzione scelta per fortuna fu la numero due.
La manetta avanzò di pochi millimetri, forse trenta giri o meno si aggiunsero al regime di "IDLE" ed il CUB divenne leggero come una piuma, via allora ancora
soltanto pochi giri e, cercando il più possibile "di fare lo sguardo da pilota
concentrato a fine pista", lo sentii scendere piano piano stando perfettamente parallelo alla pista; passarono uno o due secondi ed aspettando la botta con i
denti digrignati che sarebbe stato troppo bello ed incredibile sperare non ci sarebbe stata, avvertii invece il miracoloso e delicatissimo, quasi romantico
sussurro del rotolamento dei carrelli, che senza il minimo rimbalzo correvano commoventi sull'asfalto grigio alla cui realizzazione delle nere striature,
fino all'atterraggio prima, avevo vivamente contribuito anch'io.
La manetta scivolò indietro per quel poco che restava e la cloche avanzò avanti
dolcemente ma decisa; istanti, che avrei voluto fossero eterni, purtroppo come tutte le cose belle della vita passarono veloci, ed allo scadere della velocità
accompagnai la coda verso il terreno contrastando contemporaneamente con il pedale l'imbardata che sapevo si sarebbe generata con l'alzarsi del muso, per
effetto della coppia della pesante elica in metallo.
La corsa d'atterraggio, per mia ulteriore soddisfazione, terminò senza ulteriori e, soprattutto dall'AeroClub, vistose sbandate. Intervenendo infatti
sui pedali, riuscii a contrastare le nervosa tendenza che quest'aeroplano ha nel lanciarsi allegramente fuori pista, magari facendo anche qualche
spettacolare piroetta e testa-coda.
Quando al parcheggio misi i contatti su OFF, oltre che a capire il vero e più profondo significato della parola inglese OFF, provai anche una soddisfazione
immensa ed indimenticabile che memorizzai in ogni sua più piccola e minima sfumatura; nessuno infatti avrebbe potuto sapere quando avrei avuto un'altra
occasione di dirigendomi verso l'ufficio per compilare il QTB e, passando attraverso il solito gruppetto di altri piloti, fare
quell'espressione professionale che senza dire una parola recita:
Papa Alfa Uno Otto, tutto sotto controllo ... (ragazzi)
|